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Mercati

Plastica / L’industria europea perde oltre 15 milioni di tonnellate di capacità produttiva

Al convegno del consorzio Ecopolietilene presentato lo studio sui beni in materie plastiche

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Il sistema industriale delle plastiche sta attraversando una fase di forte affannp in Italia e in Europa. Rallentamento economico, tensioni nel mercato del riciclo, crescente complessità normativa e nuove incognite geopolitiche stanno ridefinendo gli equilibri competitivi lungo tutta la filiera. Ecopolietilene (consorzio EPR per il riciclo dei rifiuti dei beni in polietilene) ha cercato di rispondere con un convegno agli interrogativi su chi stia pagando davvero questa transizione, anche attraverso la presentazione dei risultati dell’analisi sui beni in materie plastiche realizzata da Plastic Consult.
Anche il quadro normativo rischia di aumentare ulteriormente la pressione sul comparto. «L’introduzione del nuovo schema EPR per i beni plastici non da imballaggio –sottolinea Fabio Pedrazzi, presidente del consorzio Ecopolietilene – rappresenta un tassello fondamentale, ma richiede una riflessione attenta affinché il costo di questa transizione non ricada esclusivamente sulle spalle delle aziende. La sostenibilità non può essere solo ambientale, deve essere necessariamente anche economica».
A illustrare le coordinate del ridimensionamento industriale avvenuto negli ultimi anni è stato Paolo Arcelli, direttore generale di Plastic Consult: «Negli ultimi anni l’Europa ha perso una parte rilevante della propria capacità produttiva nella chimica, negli intermedi e nei polimeri, con oltre 15 milioni di tonnellate di capacità produttiva sottratte alla base industriale europea. Anche il comparto del riciclo sta attraversando una fase di forte tensione economica e di crescente fragilità industriale. Questa dinamica aumenta la dipendenza dalle importazioni extraeuropee proprio mentre il riciclo ha sofferto il calo dei prezzi delle materie vergini, l’aumento dei costi operativi e una domanda industriale incerta».
Tutti fattori che mettono in difficoltà un settore chiave della nostra economia. In Italia la prima trasformazione delle materie plastiche conta 4.800 aziende e 17,6 miliardi di euro di fatturato, mentre l’intero comparto della produzione di articoli in plastica arriva a 9.800 aziende, 30,4 miliardi di fatturato e 14,7 miliardi di export (dati Plastic Consult per FGP/Unionplast). A livello europeo, invece, il settore del riciclo vale 13,5 milioni di tonnellate di capacità installata, oltre 8,6 miliardi di euro di fatturato, circa 850 impianti e 30.000 addetti (fonte: Plastic Recyclers Europe).
Quanto al mercato italiano delle termoplastiche, il 2025 mostra una stabilità solo apparente: i polimeri vergini mantengono volumi sostanzialmente stabili, mentre i riciclati utilizzati sono previsti in contrazione (–7,5% rispetto al 2024), interrompendo il trend di crescita degli anni precedenti. Segno di un quadro cui il riciclato fatica a competere in assenza di condizioni di mercato omogenee. L’analisi evidenzia inoltre la crescente complessità della filiera del riciclo, legata soprattutto alla gestione dei flussi post-consumo, che al 2024 rappresentavano circa il 75% delle materie prime seconde e richiedono processi più articolati e costosi rispetto agli scarti industriali.
In questo contesto, il polietilene assume un rilievo particolare. Con circa 670 Kton immesse al consumo nel 2024, pari al 36% del totale dei beni plastici considerati nell’analisi, si conferma il polimero più diffuso ed è parte integrante di molte funzioni essenziali dell’economia reale. La sua presenza si distribuisce infatti in filiere molto concrete e riconoscibili, a partire da edilizia e costruzioni, casalinghi, igiene e arredo urbano, agricoltura e mobile e arredo. Allo stesso tempo, il PE mantiene un ruolo centrale anche nella filiera del riciclo delle plastiche post-consumo.
C’è poi l’evoluzione del quadro normativo. La bozza di regolamento messa in consultazione pubblica dal MASE il 19 marzo 2026 introduce un nuovo regime di responsabilità estesa del produttore per i prodotti plastici non da imballaggio, con obblighi di registrazione, tracciabilità e monitoraggio dei flussi.
«Questa può essere una grande occasione – sottolinea il presidente di Ecopolietilene – Non è la panacea, ma può dare linfa vitale a un settore strategico. L’Italia, lo sappiamo, è povera di materie prime vergini, ma le nostre “miniere” sono innanzitutto urbane: le materie prime seconde sono la chiave per ridurre la dipendenza dall’estero e generare sviluppo sostenibile». Tuttavia non mancano le perplessità rispetto al perimetro del nuovo schema e alla sua concreta praticabilità nel funzionamento reale della raccolta e della gestione dei flussi. Il punto, secondo Ecopolietilene, è che la crescente attenzione regolatoria verso i beni plastici non da imballaggio dovrà tradursi in un sistema leggibile, coordinato e realmente gestibile lungo la filiera, senza scaricare complessità aggiuntive su cittadini e imprese.
Ecopolietilene conferma il suo approccio concreto. «Siamo un consorzio che ha scelto di “sporcarsi le mani” – aggiunge il direttore generale di Ecopolietilene Giancarlo Dezio – Non siamo e non vogliamo essere semplici supervisori burocratici che esercitano una regia distaccata; siamo attori che operano sul campo e, come tali, siamo partner attivi di tutte le realtà coinvolte». Infatti, Ecopolietilene dal 2020 a oggi ha gestito oltre 150.000 tonnellate di rifiuti da beni in polietilene, raggiungendo nel 2025 un tasso di recupero prossimo al 50% rispetto a quanto immesso dai 250 consorziati.